I tre livelli di Joker Folie à Deux

Joker: Folie à Deux è il sequel del film Joker del 2019; era uno dei film più attesi in assoluto del 2024 ed è stato, a livello di critica, di incassi e di percezione del pubblico, un’enorme delusione, riuscendo a recuperare a stento solo i soldi spesi nel budget (senza considerare il marketing e il resto) e nonostante alcune voci si siano spese in sua difesa (come quelle dei registi John Waters, Francis Ford Coppola e Quentin Tarantino, o come quella del creatore di Metal Gear, Hideo Kojima) la maggior parte del pubblico ha valutato il film in modo molto negativo, criticando principalmente la componente musical e per il fatto che il film fosse una sorta di presa in giro (o un vero e proprio insulto) nei confronti dei fan del primo film.

Personalmente ritengo che non meriti questo tipo di critiche, anzi: oserei dire che ci troviamo davanti ad un film estremamente sottovalutato, forse uno dei progetti più sottovalutati degli ultimi anni (perché per quanto uno possa ritenere questo film un disastro, sicuramente non merita di avere il peggior voto di sempre su cinemascore nella storia dei cinecomic), ed ecco perchè voglio dedicare questo articolo ad analizzare nel dettaglio questo film, siccome a mio avviso ci troviamo davanti ad un’opera molto più profonda di quanto possa sembrare leggendo recensioni online.

Prima di cominciare, però, meglio fare una premessa legata al primo film.

Joker: il punto prima del sequel

Joker fu un’autentica rivelazione del 2019: un film basato sull’antagonista più famoso di Batman che rielaborasse il tutto in un contesto estremamente più serio, il tutto diretto da un regista che fino a quel momento era conosciuto soprattutto per delle commedie (sono di Todd Phillips, infatti, la trilogia di Una Notte da Leoni o il film con Robert Downey Jr Parto col Folle); il tutto si è rivelato, però, una scommessa vincente: film è stato un campione di incassi (un miliardo su un budget di 60 milioni) vincitore di svariati premi (tra cui un Oscar alla miglior colonna sonora, un Leone d’Oro come miglior film e numerosi riconoscimenti a Joaquin Phoenix come miglior attore; tutti premi a mio avviso meritatissimi, specialmente quest’ultimo) e che si potrebbe a tutti gli effetti considerare un cult, siccome ha inserito questo Joker tra i preferiti di molti fan del personaggio.

Personalmente parlando il film l’ho sempre trovato molto bello: un racconto duro e realistico di come la società è spesso incapace di ascoltare le persone in difficoltà (ma anzi, ride di loro), messo in scena con una regia davvero ottima che eleva il film ad un livello altissimo; ciò che impedisce al film di essere un capolavoro a tutti gli effetti era il fatto che tradisse il concetto alla base del personaggio fumettistico del Joker: Joker è un personaggio radicalmente diverso da quello che vediamo in questo film, al punto da non c’entrare assolutamente nulla con Arthur e la sua psicologia, il che rende questo film una pellicola che sfrutta un nome famoso per parlare però di tutt’altro (come il Pinocchio di Guillermo del Toro, per fare un esempio), il che è sicuramente un punto negativo da tenere in considerazione.

Non voglio dilungarmi a parlare del primo film (siccome troverete molte analisi in rete dedicate al primo capitolo) ma specificare quest’ultimo punto era sicuramente necessario, perchè anche il secondo presenta lo stesso difetto (e quindi a sua volta non può essere classificato come capolavoro) che però non è da imputare al secondo film soltanto, ma all’intero progetto alla base.

Primo livello: la superficie

Il primo livello di questo stratificato sequel è la semplice superficie, ovvero tutto quello che il film rappresenta all’apparenza; l’analisi sarà divisa in due parti, la prima all’aspetto che forse è andato più a genio al pubblico e la seconda ad uno degli aspetti più controversi in assoluto di questo capitolo.

1 – Approccio visivo

Registicamente il primo film era particolarmente interessante, specialmente perché da un regista come Phillips non ci si poteva aspettare un’opera che avesse inquadrature tanto ispirate, colori così incredibili e una fotografia tanto sporca ed opprimente, e tutti questi elementi non sono solo tornati in questo sequel ma sono stati resi ancora migliori.

Le inquadrature di questa pellicola, infatti, sono davvero meravigliose, alcune hanno quasi la struttura di un quadro vero e proprio (come la scena della risata sotto la pioggia, drammatica per la messa in scena ma felice per il protagonista, in un perfetto dualismo) e unite insieme generano una messa in scena davvero meravigliosa, sia per le scene più canoniche (ad esempio la fuga di Arthur dal tribunale dopo l’esplosione) che per quelle più sperimentali (di cui parleremo meglio nel prossimo paragrafo); l’impatto delle inquadrature è inoltre aiutato da un ottimo impianto scenografico (le ambientazioni della pellicola sono poche e sono tutte talmente caratteristiche da diventare praticamente iconiche: in particolare la prigione e il tribunale sono entrambi ambienti caratterizzati in modo davvero eccellente, apparentemente non hanno nulla di eccezionale o di straordinario, ma il modo in cui esse si rapportano e fanno da sfondo alle già citate inquadrature straordinarie rendono l’approccio visivo di questo film davvero spettacolare) e da un’ottima fotografia (in particolare per tutti quei momenti dove la maggior parte della scena è caratterizzata da colori freddi e spenti ma con un elemento nel mezzo con un colore acceso e che caratterizza ancor di più la scena grazie proprio ad un elemento di “disturbo”, un po’ come se si volesse dare allo spettatore lo stesso effetto che provano i personaggi del film guardando Arthur vestito da Joker in mezzo a loro).

2 – Un musical atipico

Che questo film sarebbe stato un musical era una cosa che si sapeva già dal marketing, ma nonostante ciò le critiche non si sono fatte mancare; esse, però, non si sono concentrate troppo sul fatto che fosse un musical, quanto più su come l’elemento musical era inserito, con dei momenti-canzone che in molti hanno definito dimenticabili o anche mal cantati (questo a causa del modo in cui canta Phoenix che, nonostante il falso documentario I’m Still Here, non è decisamente un cantante professionista; questo, a mio dire, dona alla pellicola e al personaggio una sensazione di crudo realismo, come se fosse una persona qualunque che esprime ciò che ha dentro, pur non essendo un cantante, ma qui dipende molto dai gusti soggettivi in effetti), nonché generalmente inutili.

Io non sono però d’accordo, anzi credo che questo film gestisca gli elementi musicali in un modo atipico ma a modo suo davvero geniale: partiamo dal presupposto che il film, a differenza di molti altri del suo genere, usa soltanto canzoni diegetiche, quindi sono canzoni che sentono anche i personaggi nel film (mentre in molti altri musical, ad esempio il celebre Wicked, le canzoni sono spesso extradiegetiche, quindi noi spettatori le sentiamo ma loro invece la sentono come una cosa normale), infatti qui la differenza nello specifico sta tra le canzoni diegetiche che solo Arthur può sentire (perché sono nella sua testa) e quelle che sentono tutti (perché stanno venendo cantate davvero), l’unica eccezione in tutto questo è nel corto in stile Looney Tunes all’inizio (ma che, essendo una cosa a sé, può permettersi di ignorare questi specifici canoni); la prima domanda che nasce spontanea è: “Perché mai ci dovrebbe essere tutta questa enfasi sulle canzoni?”, la spiegazione ci viene data quando Lee viene introdotta, dato che ci viene spiegato come lì venga usata la musica come terapia, questo spiega dunque perché Arthur pensi costantemente alla musica (è una forma di terapia e lui in quel momento si sente come se si stesse curando pian piano, anche se non è realmente così) e spiega anche perché Lee si metta spesso a cantare proprio nel mondo reale (dato che lei e Arthur si sono incontrati proprio nella zona della musicoterapia).

Va citata ancora un’altra cosa a tema momenti-canzone, ovvero la differenza stilistica che ti permette di capire se una canzone è solo nella testa di Arthur o se è cantata davvero nel mondo reale: infatti le scene dove le canzoni sono totalmente reali sono girate con uno stile statico, poco ispirato e poco dinamico (come la scena di “Close to You”, dove si basa quasi tutto su qualche scambio di inquadrature fisse), viceversa le canzoni nella testa di Arthur hanno uno stile sperimentale volutamente più complesso (ad esempio la canzone “Folie à Deux”, volutamente girata come se fosse su un palco, la canzone “The Joker”, un folle gioco di luci e movimenti o anche solo la canzone “For Once in My Life”, tutta girata in piano sequenza) in un preciso dualismo che, grazie a questa regia così particolare, ci comunica ancor di più la psicologia del personaggio principale.

Secondo livello: i significati nascosti

Abbiamo analizzato il livello più superficiale di questo film, che già di per sé funziona molto bene, ma adesso ci si immerge nel secondo livello, quello più complesso e intrigante da analizzare, che coinvolge i significati nascosti, le metafore, i simbolismi e gli elementi che vengono considerati meno rispetto ad altri più superficiali; questo è anche il paragrafo dove potrei aver frainteso, mal interpretato o addirittura ignorato alcuni di questi elementi, quindi potrebbe essere soggetto anche ad aggiornamenti futuri.

1 – Amore per l’ideale, non per la persona

Il primo punto di cui parlare a livello di significato è sicuramente il modo in cui il film analizza come Arthur, pur essendo un assassino psicopatico condannato, viene comunque visto da alcuni in modo eroico o addirittura romantico (elemento che spesso si cita anche quando si parla di veri casi di true crime, volendo quasi esserne una rappresentazione): abbiamo infatti un sacco di persone che lo trattano come se fosse una celebrità (ad esempio il poliziotto che gli chiede un autografo, o la psicologa che è sempre lieta di parlargli) o un vero e proprio ideale romantico (tutto incarnato dal personaggio di Lee).

Ma la cosa triste di tutto questo è che, in realtà, niente di tutto questo è veramente incentrato sul vedere Arthur come un eroe o un amore, ma nel vedere Joker come tale (vedendo dunque l’ideale del killer psicopatico/rivoluzionario): il poliziotto vuole la sua firma solo perché varrà un sacco di soldi dopo la sua morte, la psicologa è interessata a lui come caso psicologico e non come persona (infatti dopo un tentativo di molestia, lei liquida il tutto senza troppi problemi, dato che per lei è importante “tenerselo buono”), la maggior parte dei carcerati lo inizia a stimare un po’ (con la rivolta sulle note di “When the Saints”) solo dopo il processo (prima lo prendevano solo in giro) e persino Lee è innamorata dell’ideale che ha di Joker e nulla di più (alcuni credono che lei per tutto il film gli menta facendogli credere che sia vero amore; in realtà è un po’ più complesso: Lee nella sua infatuazione è davvero convinta di amarlo perché è davvero convinta che Joker sia la sua vera natura, e quindi cerca sempre di stuzzicare quella per rendere davvero libero l’uomo che ama, e quando scopre che in realtà Arthur era solo Arthur e nulla più, la sua infatuazione passa del tutto); quasi nessuno, dunque, stima davvero Arthur (tranne Ricky, il detenuto che darà la vita per lui, di cui parleremo meglio poi), al massimo stimano la visione ideale che hanno di lui, cioè quella del Joker (al punto che alla fine del film, uno che aveva il Joker come ideale e si è reso conto di che uomo patetico stesse idolatrando, lo ucciderà).

2 – La spiegazione è nel cartone

Una cosa da considerare è che quando si realizza un film, nessun elemento è davvero casuale, ogni minimo dettaglio è stato pensato e progettato per avere un senso specifico, questa è una premessa necessaria per capire che la presenza del cartone animato in stile Looney Tunes (dato che l’introduzione con quell’animazione e quello stile è un riferimento chiaro ai cartoni della Warner dedicati ai Looney Tunes) all’inizio non è un qualcosa di casuale od un semplice esercizio di stile (e in sé, se anche lo fosse, non sarebbe nemmeno sbagliato: sarebbe semplicemente un’introduzione interessante e peculiare per un film che si propone di essere altrettanto peculiare; inoltre, cosa che già di suo renderebbe il film degno di essere menzionato, la sequenza iniziale è stata diretta da Sylvain Chomet, regista di capolavori animati come Appuntamento a Belleville, che è tornato a lavorare dopo un cortometraggio uscito nel 2016), bensì è un indizio necessario a comprendere un preciso indizio che ci lascia intendere da parecchio cosa accadrà alla relazione tra Lee ed Arthur.

Sto parlando della scena dove Arthur si immagina di cantare “For Once in My Life” circondato da diversi detenuti e che inizia con lui che guarda la tv dove trasmettono un corto di Pepé Le Pew: il personaggio in questione è celebre per essere innamorato di una gatta (Penelope), solo perché la crede una puzzola come lui, esattamente ciò che caratterizza Lee, che è innamorata di Arthur solo perché lei lo vede in un certo modo (ovvero come Joker), allo stesso tempo (in una doppia rappresentazione) rappresenta Arthur, convinto di aver finalmente trovato qualcuno che lo ama davvero, ma alla fine di tutto sarà rifiutato (così come Pepé viene sempre rifiutato dalla gatta di cui è innamorato); una sorta di doppia metafora di ciò che il resto del film racconterà (ed è importante evidenziare che quel cartone trasmesso alla tv sia soltanto nella sua testa, dato che in realtà stavano trasmettendo la notizia della sua esecuzione e, quando la canzone finisce, si torna di nuovo a quello, a riprova di come questo sia un elemento legato proprio al futuro di Arthur), e che riceverà un ulteriore riferimento verso la fine, dove Arthur nei panni di Joker dice l’iconica frase di Porky Pig “Questo è tutto, gente” (confermando che il senso del film era nascosto in un cartone animato dei Looney Tunes).

3 – Chi ha ucciso Joker?

Una critica piuttosto aspra che ho visto fare al film è che la pellicola, anche se non in modo volontario, giustifichi l’idea di usare lo stupro come forma di “correzione” verso i criminali, dato che Arthur smette di impersonare Joker dopo una violenza sessuale ai suoi danni da parte delle guardie (elemento, tra l’altro, citato anche nella scena animata d’apertura, dove vediamo i poliziotti pestare a sangue Arthur per i crimini commessi dalla sua ombra); tuttavia non è esatto, a mio dire, imputare alla violenza subita da Arthur l’“eliminazione” di Joker, bensì a quello che succede subito dopo.

Ripercorrendo quella scena un momento: una volta commessa la violenza ai suoi danni, Arthur viene immediatamente sbattuto in cella d’isolamento, tuttavia in quel momento possiamo vedere che sulla sua faccia è ancora impresso un piccolo sorriso (proprio come nella già citata scena d’apertura: dopo le prime botte, che gli fanno saltare anche alcuni denti, Arthur è ancora in grado di cominciare a fare una battuta con un “Toc, toc…”), Joker è ancora lì e, seppur sia indebolito dallo shock, non è ancora “morto”, allora cos’è ad ucciderlo davvero? L’evento subito dopo: Ricky, l’unico detenuto che voleva davvero bene ad Arthur, che lo stimava per ciò che era davvero (lui non voleva bene a Joker, voleva bene ad Arthur Fleck, forse perché erano anche personaggi molto simili, cioè quelli più dimenticati e derisi, e condividono anche il primo bacio, dato che nessuno dei due aveva mai baciato qualcuno prima della scena dove effettivamente avviene questo bacio) e che lo vedeva come qualcuno di davvero importante, al punto che rifiuta l’ordine di stare zitto, anche a costo di farsi strangolare a morte.

Arthur vede l’unica persona che davvero lo stimava morire riprendendo la rivolta iniziata in precedenza sulla scia scatenata da Joker, è questo il trauma che davvero distrugge psicologicamente Arthur ed “uccide” Joker in via definitiva (e non è un caso che si senta la voce di una guardia dire “è morto?” parlando di Ricky mentre l’inquadratura si sofferma su Arthur, perché sta sì parlando di Ricky, ma metaforicamente spiega anche che Joker è morto in quel momento: il trauma di una violenza sessuale nei bagni non è nulla a confronto a quello di vedere la persona che più lo stimava venire uccisa perché voleva sostenerlo); e in un modo molto ironico, alla fine del film, Arthur viene ucciso da un altro ragazzo che all’apparenza lo stimava molto, ma che in realtà stimava molto solo la figura di Joker (il più grande sostenitore di Arthur, morendo, uccide Joker e il più grande sostenitore di Joker, con un pugnale, uccide Arthur, un perfetto dualismo).

Terzo livello: metacinema

Il terzo livello di questo film è quello legato alla metanarrazione: il film ha una forte componente metacinematografica che riguarda il rapporto tra questo film e il suo pubblico; qui è dove si concentra l’altra asprissima critica che questo film si è attirato, ovvero di essere un film che prende in giro il suo pubblico e tutti i suoi fan.

Vediamo allora di scoprire (in un paio di paragrafi, dato che comunque non ci sono troppi elementi da considerare) anche l’ultimo livello del film.

1 – Non c’è nessun Joker?

Ed eccoci qui a quello che è stato il punto più dolente della pellicola per molti spettatori, un discorso che continua (in parte) quello affrontato nel precedente paragrafo ma che si estende anche fuori dallo schermo: l’idea che il film abbia sputato in faccia a quelli che avevano apprezzato il primo film rovinando del tutto il protagonista (in un modo piuttosto irrispettoso di quello che era stato raccontato in precedenza).

Partiamo da un gigantesco presupposto, cioè che indubbiamente il film compie una forma di decostruzione generale del personaggio di Arthur Fleck, ci viene mostrato (sia in modo esplicito che implicito) il fatto che la figura di “Joker” non sia un qualcosa di davvero profondo: tutti i personaggi che vedono Arthur come un “rivoluzionario” o un “ribelle” che incarna Joker come simbolo per dare speranza a tutti gli emarginati, stanno clamorosamente sbagliando: Arthur è solo un povero uomo disperato e triste che ha creato la maschera di Joker solo per lasciarsi andare ed uccidere le persone che gli stavano rovinando la vita, non è un “simbolo per attaccare il potere”, è un povero pazzo che un giorno particolarmente storto è partito di testa e ha sparato in testa ad un uomo in tv, al massimo sono altre persone come Lee che lo hanno preso come un rivoluzionario, sbagliando (nel film gli viene spesso detto “Joker non sei davvero tu, hai bisogno di aiuto psichiatrico”, ed è vero: Joker non è davvero la personalità di Arthur, nonostante ciò che pensa Lee, è tutta una gigantesca recita e lo dimostra anche il fatto che in lingua originale, Phoenix caratterizzi il personaggio con accenti diversi se indossa o meno la “maschera” del Joker), Arthur si è solo lasciato trascinare ogni volta dal momento (qui, quando una donna mostra affetto per Joker, decide che deve indossare di nuovo quella maschera, quasi convincendosi che in realtà è quello il suo vero io, un po’ come alla fine del precedente film vedeva come tutti ora lo acclamassero e decideva di rifarsi il trucco beandosi nel ricevere finalmente degli applausi).

Perché dunque compiere questa decostruzione nel sequel, pur sapendo che sarebbe stata accolta in modo molto negativo (perché Phillips lo sapeva benissimo che non sarebbe piaciuto come approccio, addirittura nel film abbiamo Arthur che, nella sua visione dove canta con Lee, dice che “Forse non stiamo dando al pubblico ciò che vuole”, inoltre subito dopo Lee fa ciò che il pubblico vorrebbe a questo punto, uccide Arthur, dato che non era il Joker che credeva)? Perché in realtà quest’idea di Joker come simbolo di ribellione non era semplicemente rimasta nel film come equivoco da parte dei suoi sostenitori (che nel primo film, ricordiamo, avevano visto l’attacco agli uomini di Thomas Wayne come un atto rivoluzionario, quando era stato tutto motivato dalle prese in giro ai danni di Arthur e nulla più), al punto che Joker era stato usato in diversi contesti per parlare di come la società fosse sbagliata e di come lui fosse uno che resisteva a questi “sbagli”, basti pensare ai numerosi meme a tema Joker basati proprio su questo, o all’uso che ne hanno fatto persone come Mario Improta, un vignettista euroscettico che ha creato una serie di quadri basati proprio sulla figura di Joker e lo ha anche usato in alcune vignette (come si può vedere sul suo profilo facebook pubblico) o anche alcune persone che dopo l’uscita del film hanno usato il trucco di Joker in delle proteste (il mio non vuole essere un discorso politico a favore o contro qualcuno, serve solo ad evidenziare come il primo film abbia trasformato Joker in un simbolo rivoluzionario, indipendentemente che siano “rivoluzioni” giuste, sbagliate o sensate anche nel mondo reale, nonostante il film stesso non volesse portare avanti quella narrazione).

E dunque, dopo tutto questo, esce un film che vuole coscientemente smorzare la cosa, vuole dire a tutte le persone che hanno guardato il primo film e hanno capito, sbagliando, che Joker fosse una brava persona che andava esaltata che si sono sbagliate, hanno solo esaltato un uomo triste e problematico che aveva bisogno di aiuto psichiatrico, non di essere portato in trionfo in quanto Joker (cosa che fa Lee in questo film, e che è anche ciò che lo fa desistere dai suoi iniziali progressi e che poi alla fine lo ucciderà); ma se dici a buona parte del pubblico che aveva frainteso il precedente film, quello che probabilmente otterrai è che si rivolteranno contro di te, quindi in realtà qui le critiche del pubblico non solo sono sensate ma sono anche volute, la cosa triste è che questo non rende il film un qualcosa di brutto, bensì un qualcosa di provocatorio (tanto quanto un Duchamp che porta un orinatoio ad una mostra d’arte, anche se questo film è stato capito ancora meno), spero però che col tempo si possa capire non solo ciò che si è visto ma anche il suo significato per ciò che è la realtà (anche se non mi aspetto che rivoluzionerà del tutto il mondo del cinema come fece Duchamp con quello dell’arte contemporanea, ma in fondo anche i presupposti erano diversi, dato che Marcel puntava a stravolgere tutto il mondo artistico, Phillips puntava solo a ciò che aveva fatto lui).

2 – Qual è il vero film su Joker?

Questo elemento metanarrativo è particolarmente nascosto, al punto che per ora non ho visto nessuna recensione, nessuna analisi o anche solo un commento che la citasse, anche se a mio avviso è particolarmente interessante; il concetto alla base è quale sia il film tratto dalla storia di Arthur che molti citano in alcune scene.

Inizialmente magari sembra una risposta molto semplice: è il cartone animato che si vede all’inizio, tuttavia a mio avviso non è così: come ho detto prima, il cartone all’inizio serve per dare allo spettatore l’appiglio per il parallelismo dedicato ai Looney Tunes, infatti secondo me è chiaro che il film di cui parlano tutti sia, in realtà, il primo film vero e proprio di Joker, il film del 2019 così come l’abbiamo visto.

Nonostante possa non sembrare così (dopotutto vengono usati dei flashback del primo film, e nel primo film si vedeva sua madre morire per mano di Arthur, quando in realtà non si sapeva fosse stata uccisa da lui) ma a dimostrare la validità di questo discorso è la presenza di un personaggio nello specifico, ovvero Sophia: non ho mai creduto alla teoria che diceva che Sophia fosse stata uccisa da Arthur, ma perchè in quel momento Arthur non aveva ancora raggiunto il livello di follia che avrebbe raggiunto in seguito, quindi non mi riferisco al suo ritorno in scena, quanto più al fatto che dica che non voleva esporsi troppo dopo essere diventata un personaggio in quel film, questo dunque esclude la possibilità che il film sia il cartone all’inizio (dove lei non c’era proprio) e rafforza l’idea che il film del 2019 fosse effettivamente quello che tutti citano di continuo (e che semplicemente ciò che viene raccontato in quel film sia successo, più o meno, anche nel “mondo reale” dov’è ambientata tutta la storia di questo secondo capitolo, probabilmente la cosa della madre era stata una “licenza poetica” del primo film che, sorprendendo tutti, era vero anche nel “mondo reale” di questo secondo capitolo).

Lo so che questo potrebbe far pensare ai fan del primo film che questo secondo capitolo sia ancora peggiore, perchè è come se “invalidasse” il primo film rendendolo “solo un film a livello canonico”, tuttavia dissento totalmente da questo punto per vari motivi: innanzitutto il primo film era fin dal principio “solo un film” che vedevamo noi spettatori, quindi la cosa non è assolutamente “invalidata”, ma solo trasportata su un altro piano di ambientazione (non è una cosa nuova nel mondo del cinema, è già stato fatto da Nightmare Nuovo Incubo di Wes Craven o nella trilogia di The Human Centipede di Tom Six), poi questo sistema uno dei problemi basilari che questo film avrebbe potuto avere, cioè che avrebbe tolto tutto l’alone di mistero e ambiguità che aveva il finale del primo film: questo permette di proseguire la storia senza stravolgere quel punto, che diventa canonico solo in quel film e, perciò, non viene eliminato dal secondo (e questo spiega anche altri “buchi di trama”, come l’assenza di riferimenti agli Wayne); inoltre c’è da considerare l’idea alla base che tutti quelli che hanno amato il primo film e hanno odiato il secondo, se inquadrano il film in quest’ottica, possono tornare a guardare il primo film senza preoccuparsi dell’idea che il sequel rovini la trama costruita fin lì (e dunque le persone che credono che questo secondo capitolo abbia “rovinato” il primo, possono ringraziare questo film, perchè si è assicurato che rimanesse semi-indipendente).

Conclusione: le sigarette

Concludo l’articolo con un appunto sulle sigarette, perchè sono davvero una somma di tutto che è legato a questo film: un elemento che è stato criticato ma che in realtà ha una doppia funzione sia visiva che psicologica; alcuni infatti hanno criticato come le sigarette compaiano continuamente in questo film senza alcun apparente motivo, tuttavia la cosa è molto più complessa di quanto possa sembrare.

Le sigarette di questo film, infatti, sono un modo con cui si possono fare degli effetti visivi molto particolari, lo vediamo ad esempio nella scena dove la cella di Arthur è buia e lui si accende una sigaretta (dando dunque allo spettatore un elemento luminoso da seguire in una scena altrimenti buia), oppure la scena dove Arthur balla nella sua cella: il fumo che gli esce dalla bocca dona alla scena un elemento in più che giustifica il soffermarsi di più su quel momento (altrimenti lo spettatore avrebbe guardato Arthur fisso in una posizione senza motivo, spingendolo a chiedersi perché l’inquadratura non cambiasse).

Tuttavia non ha solo una funzione scenica, bensì anche espressiva (a livello psicologico), così come l’aveva nel primo film (dove Arthur già fumava): la sigaretta nel mondo del cinema (soprattutto nel noir della Hollywood classica) accompagnava spesso dei personaggi con un tormento interiore, che non erano affatto sereni e che cercavano delle distrazioni dal grigiore del loro mondo (infatti le sigarette hanno un effetto rilassante), che è un perfetto modo per rappresentare la complessa psicologia di Arthur (che rappresenta perfettamente questi elementi); a fumare nei noir classici, tuttavia, non era soltanto il detective tormentato, ma era spesso anche la “dark lady”, la femme fatale che porta il protagonista su una strada autodistruttiva e pericolosa, che in questo film viene certamente incarnata da Lee che, infatti, fuma a sua volta come Arthur.

Le sigarette nascondono dunque, nonostante le critiche, molti più significati di quello che si potrebbe pensare, esattamente come questo film (che spero venga rivalutato un giorno, come tanti altri film che quando uscirono furono odiati o ignorati e che oggi sono ricordati come delle grandi opere, è difficile che accada, ma io ho voluto dare il mio piccolo contributo in merito).